Le superfici e la memoria

Ogni superficie dell’architettura, interna od esterna, determina un riflesso più o meno sensibile nel nostro atteggiamento. Questo riflesso è mutevole sia perchè dipendente dalle diverse sensibilità dei fruitori, ma è mutevole anche nel corso del tempo, in quanto ogni elemento esistente viene inevitabilmente trasformato dal passaggio del tempo. Forse i due aspetti sono correlati: è come se con il passare del tempo si sedimentassero nelle superfici architettoniche tutte le sensazioni delle persone con cui sono entrate in contatto. è una sorta di reciprocità nella quale l’oggetto ed il soggetto dell’azione si condizionano a vicenda modificandosi in continuazione. è indubbio, anche se oggi ancora inspiegabile, che una forma dell’energia del fruitore resti “impigliata” nelle superfici con cui viene a contatto. è utile ricordare la frase di Wenders: “le forme dell’architettura contemporanea hanno superfici lisce, mentre è importante che il materiale abbia una sua trama a grana grossa sulla quale i ricordi possano restare impigliati”, infatti spesso le superfici dell’architettura contemporanea non sanno invecchiare, restando impermeabili a questa preziosa interazione con l’uomo ed indisponibili a costruire quel delicato ma fondamentale rapporto tra la superficie e la memoria.
La percezione estetica di una forma architettonica, pur nella sua apparente “superficialità”, è in realtà proprio la conseguenza di quel rapporto che che si attua. Questa azione diventa linguaggio. Il linguaggio architettonico dovrà essere quindi il mezzo e non il fine del progetto dell’architetto. Ogni opera di architettura infatti, potrà dirsi realmente compiuta solo quando questo meccanismo entra in azione, solo nel momento in cui condiziona ed interagisce con il fruitore coinvolgendolo. Quante volte siamo entrati in contatto con forme e superfici contemporanee ricevendone una sensazione di freddezza? Questa sensazione non è altro che la mancata interazione tra noi e le superfici. Tali elementi restano algidi nella loro purezza sino a quando l’inevitabile corruzione del tempo che passa li trasfigura, trovandoli indisponibili ad invecchiare e per questo avulsi ad ogni contesto. Il concetto semplice del passare di moda è proprio il destino delle cose che non hanno saputo interagire con la nostra sensibilità. Nelle superfici del costruito storico il tempo determina un processo di invecchiamento del materiale, che essendo naturale, produce una invidiabile patina che sembra raccontarci le tante vicende accadute e le tante vite vissute. La discontinuità delle superfici sembra proprio essere l’elemento necessario per assorbire la nostra energia .
La superficie della pietra nella sua naturale irregolarità diventa il tramite attraverso il quale, quasi inconsciamente, questo processo osmotico si attua.
La scelta di adottare materiali che per trama e fisicità permettono di ottenere superfici disponibili a queste interazioni con il nostro sistema percettivo è una possibilità che ci viene offerta oggi dalle nuove tecnologie che permettono di realizzare pietre e legno ricostruiti partendo da materiali naturali. Abbiamo ora la possibilità di attingere ad un repertorio praticamente infinito di forme e cromie, un vero e proprio alfabeto cui attingere per realizzare le nostre composizioni. E possibile, declinando con garbo i prodotti, progettare nuovi spazi contemporanei che mantengano però ancora intatta quella possibilità di interazione tra le superfici e le nostre emozioni che solo le architetture antiche sembravano in grado di mantenere.
A chi, con atteggiamento di sufficienza e sottile disprezzo, dice che tali scelte sono antistoriche o peggio parla di falsità, io rispondo che il falso in architettura non esiste. Tutto ciò che è costruito per viverci è vero. Poi esiste il vero fatto bene ed il vero sbagliato. Io credo che solo la creatività, la sperimentazione e l’innovazione rendano autentica l’architettura, tutto il resto è morte, mummificazione ignoranza e volgarità. Il tabù del falso in architettura è solo una posizione transitoria che parte da una serie di corsi e ricorsi fisiologici nelle vicende umane: il passato è pieno di ritorni, rigurgiti, rivisitazioni. In architettura il passato non è mai veramente passato, ne sono prova il neo-gotico, il neo-classico e tutti i vari neo che hanno cercato di recuperare dal passato con risultati alterni. Come si fa a capire dove finisce il passato ed in quale punto si incastra con il presente?
Dal punto di vista prettamente materico poi è utile ricordare che la storia dell’arte e dell’architettura sono piene di esempi nei quali materiali di diversa natura venivano simulati, basta pensare alla scagliola usata per decorare superfici ad imitazione del marmo, al finto travertino usato nella Roma rinascimentale e seicentesca per i prospetti principali dei palazzi, all’architettura dipinta che caratterizza tutta la tradizione costruttiva medioevale europea, imitando i più vari paramenti murari e per finire la finta pietra dei palazzi di Torino.
Come si può poi parlare di falso e di copia, quando ogni elemento di pietra ricostruita viene messo in opera e stuccato singolarmente con la manualità assolutamente specifica di ogni operatore rendendo ogni porzione della superficie diversa ed unica? Il falso e la copia al contrario sono uno stampo ripetitivo dove la superfici sono costituite da una matrice ripetibile all’infinito e dove la costanza assoluta del prodotto è considerata un pregio.
Queste nuove possibilità tecnologiche non possono da sole, quasi automaticamente, garantire risultati di grande portata: sono solo un valido mezzo attraverso il quale ogni progettista con la sua sensibilità compie il suo percorso nel tentativo di realizzare uno spazio dove si possa ricreare quel misterioso scambio di energia positiva tra la materia e l’uomo.

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