L’emergenza terremoto

Il racconto e gli sguardi delle persone che hanno vissuto il terremoto in un primo momento ti fanno sentire inadeguato. E’ come se il tuo bagaglio di tecnico chiamato li come esperto per affrontare il problema della ricostruzione fosse insufficiente. L’esperienza di chi ha visto il proprio ambiente trasfigurato in un attimo, di chi ha perso case, cose e a volte purtroppo anche affetti modifica inevitabilmente anche le nostre convinzioni operative. E’ come se ad un tratto i nostri riferimenti culturali venissero messi in discussione ed i principi teorici non ci sostenessero più. L’”istanza estetica” e l’”istanza storica”, celebri capisaldi Brandiani che sino a quel momento avevano delimitato il nostro campo operativo non sembrano più in grado di contenere le emozioni e le aspettative della gente. In tale stato di cose ti senti autorizzato ad aggiungere anche una terza opzione: l’”istanza emotiva”, come risposta al dolore.
Nel periodo post bellico era già emersa la volontà della popolazione di ricostruire i monumenti perduti superando il limiti teorici delle varie “Carte del Restauro” che di fatto non contemplavano tale atteggiamento. La celebre frase “dove era e com’era” è appunto l’emblema di questa volontà che proprio attraverso il ripristino immediato intende rimuovere l’evento catastrofico. Ecco quindi che tutte le nostre posizioni teoriche deviano, considerando il restauro non più un fine, ma un mezzo per recuperare l’identità della popolazione colpita che nei monumenti identifica la memoria collettiva perduta.
A mio avviso è utile anche considerare la circostanza temporale: l’approccio metodologico al restauro di un monumento che nel corso dei secoli è stato per ragioni storiche , economiche e sociali abbandonato al suo destino e che quindi ha subito un degrado quasi condiviso e accettato, non può essere uguale a quello di monumento, simbolo di una collettività, che in un istante viene distrutto contro la volontà di tutti.
Nella concezione ciclica dello scorrere del tempo, tipica delle culture orientali, questo atteggiamento è prassi. Ogni monumento viene costantemente “rinnovato”, in modo da trasmetterne al futuro la valenza simbolica. In occidente, la concezione lineare del tempo e l’approccio scientifico documentale all’elemento materico trascurano forse il valore simbolico che ha l’immagine del monumento.
Camminare sopra le macerie di un monumento, accompagnati dallo sguardo della gente che in te vede il possibile tramite attraverso il quale potrà riavere quanto perduto, è un’esperienza particolare. Senti quasi l’obbligo morale di riportare le lancette dell’orologio ad un attimo prima del terremoto!

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