La città antica

San Marziale a Gubbio era un Monastero del 1100. La particolarità del complesso è data dal fatto che non era nato nel medioevo come “nuova fondazione” quindi con tipologia monastica, ma si è formato per successive donazioni di privati che cedevano case già edificate all’ordine religioso delle Clarisse. L’assetto finale quindi era quello di un brano di città medioevale, con piccole vie, orti e piazzette, ma separato da essa da un muro di cinta (clausura). L’effetto che ho avuto nel primo sopralluogo è stato sorprendente, in quanto nel varcare il “muro” ho avuto la netta impressione di iniziare un viaggio nel tempo.
La trasformazione della destinazione d’uso da monastero ad abitazioni non è stata traumatica in quanto appunto il monastero era principalmente costituito da case ( un buon progetto di restauro inizia solo con la scelta di destinazioni d’uso compatibili). L’operazione infatti prevedeva l’inserimento di 30 unità abitative di diversa metratura, di uffici di rappresentanza e la permanenza di un monastero più piccolo adiacente la chiesa di San Marziale, che è poi la chiesa dove si gira il “Don Matteo” televisivo ( abbiamo infatti condiviso per alcuni periodi, non senza qualche difficoltà, il cantiere con il set).
I lavori sono terminati nell’ottobre 2009 per un importo complessivo di circa 12 milioni di euro.
Il progetto architettonico è calibrato a diversi livelli che vanno dalla conservazione pura degli elementi architettonici originali (abbiamo voluto conservare anche i più piccoli lacerti di intonaco antico), alla trasformazione radicale degli elementi compromessi, utilizzando logicamente in tali casi un linguaggio contemporaneo, ma tenendo sempre presente che l’inserimento di nuovi innesti non dovesse assumere un carattere prevalente sull’insieme.
Non esistono in Italia interventi a simile scala realizzati all’interno di una città medioevale. È un buon esempio di “tutela dinamica”: quell’azione che paradossalmente, attraverso l’innovazione, rende possibile la conservazione di testimonianze altrimenti destinate all’abbandono. È un modo per superare la dicotomia tra conservazione ed innovazione. Non più un antitesi, ma innovazione intesa come mezzo per raggiungere il fine della conservazione. È questo un superamento del concetto di restauro che può essere inteso come azione svolta in due momenti distinti: conservazione della materia antica e progetto del nuovo. È tuttavia un cammino tortuoso, un percorso sospeso tra le ragioni del passato e la necessità di un presente che senza mutazioni non si attua.

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