Il futuro della memoria

Le immagini che seguono illustrano ambienti di gusto tipicamente classico come ricerca di una possibile sintesi tra le ragioni del nuovo ed il fascino del passato. Le opere contemporanee hanno spesso un limite di fondo: non sanno invecchiare. Nel linguaggio classico si riesce ad ottenere una sorta di “impermeabilità” alle mode, mentre in quello contemporaneo tanto più i segni sono attuali tanto meno resistono al tempo. Illuminante in questo senso è il pensiero di Oscar Wilde “non vi è niente di più pericoloso che l’essere troppo moderni, perchè si corre il rischio di passare improvvisamente di moda”. Quando il committente chiede un ambiente tradizionale, inizia con me un percorso condiviso che passa anche attraverso la ricerca di oggetti antichi della tradizione locale o di altri contesti. Questi oggetti insieme altri arredi provenienti dal passato del committente concorrono ad orientare il progetto. Il passato diventa il telaio dove il processo compositivo tesse la sua trama, per articolarsi poi in nuovi percorsi creativi, senza tuttavia cadere in uno stile ripetitivo e riconoscibile. Gli ambienti che si generano sembrano essere sempre esistiti e non il frutto di una trasformazione contemporanea. Per alcuni architetti questo è un atteggiamento inconcepibile e considerano falsa una forma che non denuncia esplicitamente il proprio tempo. Io credo al contrario che il nostro mestiere possa essere anche quello di scenografi che considerano come fine la realizzazione di uno spazio adeguato alle esigenze dei committenti e le forme per ottenerlo come mezzo. Questa necessità impellente di lasciare un proprio segno, sempre riconoscibile, sembra produrre il risultato di scambiare il fine con il mezzo. Il progettare è attività articolata e complessa. Non mi ritrovo assolutamente nella schiera di coloro che vedono il progettista come un artista, che “depone” la sua creazione intuita in un attimo, dove poi altri dovranno vivere per sempre. Penso al contrario che il nostro mestiere sia più una missione individuale dove di volta in volta e caso per caso sulla base delle preesistenze trovate e delle nuove esigenze del committente si cerchi, manipolando la materia esistente, di dare forma ai sogni ed alle emozioni di chi abiterà quei luoghi. In questo modo l’opera dell’architetto diventa il tramite indispensabile per riuscire, attraverso la valorizzazione della materia, a realizzare uno spazio che interagisca in modo positivo con il carattere dei fruitori. È un’operazione delicata poiché coinvolge la sensibilità ed il gusto, ma rischiosa in quanto non esistono regole che disciplinano un concetto instabile e fluttuante come il gusto, né corsi universitari per insegnarlo.

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