L’innesto contemporaneo

La mia attività progettuale è prevalentemente rivolta all’esistente. In questo ambito ogni progetto è la sintesi tra le idee dell’architetto e le istanze del committente, “padre” e “madre” di ogni opera, che trasmettono ad essa i cromosomi del proprio carattere. Questa azione modella e modifica la materia ma non ne genera lo spirito, il genius loci, che è preesistente alla nostra attività. Il mio fine è la ricerca del genius loci: l’espressione del carattere specifico di un luogo, delle sue caratteristiche intrecciate con quelle degli uomini che lo abitano. A volte capita che anche inconsapevolmente gli abitanti di un luogo rimangano depositari di una sorta di memoria latente che resta sopita nel loro inconscio sino a quando attraverso la percezione anche distratta di una forma, di un archetipo questa riemerge con chiarezza. Attraverso l’ascolto è necessario individuare questi segni. L’ascolto è l’atteggiamento più corretto da tenere all’inizio della fase progettuale, un atteggiamento che nella lettura della storia e dello sfondo culturale e sociale di un luogo induce ad interpretare o meglio a reinterpretare, attraverso un linguaggio mai scontato e ripetitivo, i temi del passato compenetrandoli con il presente. La nostra progettualità deve accostarsi alle preesistenze senza prevalere su di esse, al contrario il nostro operato deve essere orientato alla valorizzazione degli elementi originali. Ed è qui che la mia formazione di restauratore mi ha aiutato, infatti i principi cardine su cui si basa tale disciplina enunciano esplicitamente la necessità di “conservare e valorizzare”, con un atteggiamento di “economia espressiva” tendente a facilitare la lettura dell’elemento originale. Non è una rinuncia alla creatività, al contrario è una azione più complessa in quanto il momento creativo non può più essere fine a se stesso ma deve essere necessariamente preceduto dalla piena comprensione del contesto in cui si opera. Non è questa una operazione automatica in quanto dipende dalla sensibilità del progettista, che solo dopo aver completamente assorbito i segni del passato, specifici in ogni luogo, può passare all’elaborazione del nuovo innesto. Non possiamo evitare questo confronto: in architettura la conservazione pura non esiste. La necessità di utilizzare un manufatto architettonico ci impone sempre, per inserire nuovi impianti tecnologici o per nuove esigenze di distribuzione, di aggiungere qualcosa di nuovo. In questa aggiunta dobbiamo saper condensare la nostra comprensione delle preesistenze. Parafrasando Benjamin potrei dire che l’architetto in questi ambiti è “un veggente con lo sguardo rivolto all’indietro”.

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One thought on “L’innesto contemporaneo

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